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notizia del 25/10/2013 messa in rete alle 23:58:49
Il “Mastro” di Guarneri all’Eschilo
Non potevo perdermi l'inaugurazione della stagione teatrale gelese visto che coincideva con la mia presenza in città. Volevo godermi il piacere “della prima volta” dopo tanti anni di astinenza.
Il biglietto d'ingresso è uno scontrino fiscale “Buffetti” con il timbro “Teatro Eschilo - Gela. Stagione Teatrale 2013/14” con la trascrizione a penna dell’importo e della parola “platea”. Non nascondo la mia delusione per questo. Dopotutto pensavo di portar via uno scontrino con l’immagine del teatro, il titolo dell'opera, la stagione teatrale, posto occupato e data.
Mi reco a Teatro con certo anticipo, parcheggio l'auto lungo la via Porta Vittoria, mi inoltro in una delle due strettoie create dall’angoscioso cubo nero e giungo, fiancheggiando il teatro, in piazza Sant’Agostino. L’assenza del cantiere per la costruzione del teatro rende più evidente l’approssimazione esecutiva della piazza, la casualità della posizione dei cubetti, l’inconsistenza degli inerti intorno ad essi. E' francamente brutto l’effetto decorativo. Peggiora queste sensazioni il pericolo che si percepisce per la presenza voluta di dislivelli e per quelli che determina il tempo e l'uso per la diversa resistenza dei materiali impiegati. Ora ci si sono messi anche i nuovi piccoli cubi neri in breve elevazione - malamente visibili al buio - a complicare ulteriormente la situazione. Pensai agli incidenti accaduti e al progetto che mi aveva mostrato l’architetto Collovà che ora faticavo a riconoscere nonostante sia stato lui stesso a dirigere i lavori. Prego Dio perché non si vada oltre e che si eviti alla Piazza Umberto I la stessa sorte toccata a questa e alla piazzetta Santa Lucia.
Volevo godermelo il Mastro Don Gesualdo e pur con uno stato d’animo non proprio dei migliori mi avvio dentro il Teatro accedendo nella piccola Hall. Mi presento alla cassa mostrando, quasi vergognandomi, il mio scontrino Buffetti . La cassiera indica alla hostess di accompagnarmi al posto 121, atto che viene compiuto con garbo e gentilezza.
Finalmente sono nella sala del Teatro che porta per buone ragioni della storia il nome di Eschilo, principe del Teatro antico. Certo, non è il Teatro dei decori e degli stucchi dorati, ma finalmente Gela ritrovava il suo. Scrutavo la sala, osservavo i vestiti di scena posti ad ornarla ai lati del palcoscenico, guardavo la galleria dove gli spettatori che vi avevano preso posto sembravano non avere una perfetta visuale a causa dell'altezza delle ringhiere all'altezza degli occhi. Il fondale giallo dei palchi e dei divisori mi appariva forte e invadente e probabilmente fastidioso per gli attori durante la loro recita. La dimensione dei palchi mi sembrava eccessivamente ridotta e tale da impedire allo spettatore di vivere comodamente la serata. Osservavo la fossa degli orchestrali, troppo piccola per spettacoli con medie esigenze, ma concludevo che in fondo si trattava di inconvenienti tecnicamente risolvibili.
Per rendere più agevole la visuale degli spettatori poteva essere essere infatti sufficiente inserire delle pedane in legno per elevare la quota delle sedute. Il giallo dei fondali e dei setti di separazione dei palchetti poteva essere sostituito da una boiserie fono assorbente per migliorare ulteriormente l’acustica della sala e restituire omogeneità estetica e compositiva ai singoli palchetti.
Il numero dei palchetti poteva essere ridotto di uno per lato per ampliare la dimensione dei rimanenti e per ispessire i setti di separazione che oggi appaiono eccessivamente poveri e sottili. Interventi che in definitiva possono rendere più gradevole la resa prospettica complessiva della sala. La fossa poteva essere ampliata per consentire alcuni spettacoli con maggiori esigenze tecniche.
Nell'attesa che lo spettacolo inizi mi reco a far visita ai servizi igienici, ma per raggiungerli occorre ritornare nella hall e accedervi immediatamente dietro la biglietteria. Non proprio discreti come ubicazione e, se non ce ne fossero altri, decisamente insufficienti. Il servizio è ben tenuto e pulito. Quello destinato alle donne è dislocato al piano superiore. Mi sono chiesto dove erano stati posizionati i servizi per i disabili, ma mi sono astenuto dal chiederlo. Torno al mio posto e noto con piacere che la sala è quasi piena. Incontro e saluto amici che non vedevo da tempo. In sala volti noti e non. Gli abiti degli spettatori i più diversi, dal casual al raffinato. Un annuncio avverte chi avesse lasciato l’auto sulla piazza di portarla altrove pena la rimozione forzata, immediatamente dopo, con leggero ritardo, inizia lo spettacolo.
Le scene sono essenziali e piacevoli. Le immagini proiettate sullo schermo danno un tono di freschezza al racconto ottocentesco del Verga. Il susseguirsi dei dialoghi e dei monologhi ricorda Tommasi di Lampedusa e il suo Gattopardo, ma qui il protagonista non è Il Principe di Salina, ma il mastro muratore Don Gesualdo. Il personaggio più genuino della storia, il più libero tra i tanti ingessati e ancorati ad un passato ormai finito. Un racconto che segna il passaggio dalla nobiltà dominante ad una borghesia che in Sicilia rimarrà comunque subalterna a quella nazionale.
Alcune frasi sono risuonate attualissime soprattutto nell’episodio della spartizione dei beni di proprietà comunale. I nobili da tempo in disgrazia con la complicità del Notaio tramavano per accaparrarsi i terreni di proprietà pubblica perché tanto “ciò che è del Comune è di nessuno!”. Purtroppo questo atteggiamento, al di la di codici più o meno etici, è ancora fortemente presente e se possibile peggiorato visto che spesso è di pochi prescelti anche ciò che appartiene alla povera gente. Ma avevano bisogno dei soldi del Mastro “lor signori” che invece era deciso ad accaparrarsi tutto con la forza del denaro che era stato capace di accumulare e avere su di loro la sua rivincita sociale.
Il personaggio che mostra maggiore dignità e una sostanziale nobiltà d’animo qui è proprio il semplice e scaltro Mastro don Gesualdo. L'opposto di ciò che anni dopo rappresenterà il Lampedusa nel Gattopardo attribuendo la nobiltà di spirito al principe di Salina e tutta la miseria umana al borghese e opportunista Sedara.
Bellissima, solida e di altissimo livello artistico l’interpretazione drammatica di Enrico Guarneri che ci ha fatto gustare momenti di autentica commozione e di grande immedesimazione nel personaggio verghiano. Una recita da mattatore, che mi è piaciuta moltissimo e che merita vivissimi complimenti.
Autore : Francesco Salinitro
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