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Corriere di Gela | Abusivismo edilizio: Ecco come uscirne!
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notizia del 12/12/2010 messa in rete alle 17:34:56

Abusivismo edilizio: Ecco come uscirne!

Lo scorso 27 novembre si è svolto a Gela un convegno su Prg e urbanistica, per cercare soluzioni ai mille problemi che attanagliano la città. Si è discusso di piano regolatore, dei suoi limiti e delle sue possibilità, si è parlato di progetti, quelli che si tengono nel cassetto come sogni pieni di speranza di vederli un giorno realizzati. Tra i relatori, l’arch. Francesco Salinitro (nella foto), esperto in pianificazione e sviluppo del territorio; lo stesso ha firmato per noi un servizio sull’abusivismo edilizio, indicando alcuni rimedi per venirne a capo. L’analisi di Salinitro è puntuale e spietata e chiama in causa responsabilità politiche e dell’industria.

L'immagine pubblica di Gela è dominata da forti pregiudizi nati e cresciuti negli anni del petrolchimico e ampliati nel corso dei decenni, talvolta per propria colpa, talaltra come vittima, ma sempre additata come responsabile di tutti i misfatti che vi accadono. Già nel '92, Giorgio Bocca nel suo libro "L'inferno, profondo sud", dopo avere attraversato le regioni del mezzogiorno, giunse a Gela e in un capitolo ad essa dedicato scrisse che “questo è il fondo dell'inferno”.

Anche Giorgio Galli, nel suo libro “Petrolio e Complotto italiano” del 2005 scrive che “Gela è stata a lungo il regno della mafia e che è la capitale italiana del mattone selvaggio: su 77 mila abitanti, 17 mila sono le richieste di sanatoria e l'80% della periferia e' fuori legge. In poche righe, una descrizione drammatica, ma densa di non verità. Il “mattone selvaggio” è confuso con un luogo dove a lungo avrebbe regnato la mafia, una periferia che per gran parte sarebbe fuori legge e sfruttata da Cosa Nostra, falso, perché ciò che è accaduto a Gela è certamente drammatico, ma interno alla logica degli insediamenti industriali eseguiti con grossolanità scientifica e metodologica in una realtà sino a quel momento immune dal fenomeno mafioso.

La mafia annichilisce, estorce, uccide. Questo e molto altro compie la mafia, ma non si è interessata affatto dell’urbanistica gelese e non è a sua causa che la gente si ammala e muore d'inquinamento e le costruzioni sono pessime e prive di servizi. Quelle 17 mila domande di condono non esisterebbero nelle statistiche degli abusi edilizi se la pubblica amministrazione di allora avesse evaso le migliaia di domande di Licenze edilizie. Le false ricostruzioni, dominate dalla superficialità, annebbiano le menti, e non aiutano a trovare le giuste risposte ai tanti problemi che affliggono questo territorio.

Niccolò Zancan su La Stampa, nel 2008, scrive un articolo con un titolo incredibile: “La tragedia di una pattumiera chiamata Gela”. Nel testo, molte amenità, ma anche la descrizione della “carcassa” di una vecchia balera abbandonata, “carcassa” che a Torino, a Milano e in ogni altra parte del mondo chiamerebbero “area dismessa”, e quella “Balera” la chiamerebbero “Rotonda sul mare”. A Gela l'abbiamo sempre chiamata “la Conchiglia” e prima di andare in rovina a causa dei guasti provocati dal petrolchimico, era una delle rotonde più belle d'Italia. Scrive ancora Zancan che è difficile arrivare a Gela senza pregiudizi e non posso che dargli ragione visto che, almeno lui, non ha fatto sforzo alcuno per superarli.

Nello scorso settembre su Repubblica, Attilio Bolzoni, in uno dei suoi frequenti “reportage” su Gela, scrive che qui, “estremità aspra della Sicilia”, (estremità aspra!) hanno costruito una casa di tre piani (abusiva naturalmente) in ventuno giorni e ventuno notti. Siamo giunti a Scavone dove sfioriamo le “palazzine pericolanti dell'Istituto Case Popolari da una dozzina di anni disabitate e abbandonate, carcasse che pencolano minacciose davanti ai lidi dove montagne di sabbia scendono a picco su un mare verdastro”. Mi chiedo dove sia andato Bolzoni, quali luoghi abbia visitato? Lo sa che quelle case sono state recuperate e abitate da tempo? Non si è accorto che quì non esistono lidi con montagne di sabbia che scendono a picco sul mare verdasto? Lo sa che, tutt'al più, ci sono dune di sabbia finissima alte appena tre metri ricoperte di macchia mediterranea sulle quali si adagiano le onde del mare dai riflessi giallastri per la “sabbia color della paglia”, come ebbe a scrivere Quasimodo, che quì visse una parte della sua esistenza? “Purificare il territorio, eliminare gli orrori. Ma come”? Non ha risposte Bolzoni, ma se è per questo, neppure gli altri ne hanno una, ed è proprio questo che ai cittadini gelesi interessa scoprire. Grazie tante per quegli articoli, ma di negatività ne abbiamo già abbastanza, risparmiateci almeno quelli. Questo, e molto peggio ancora, si scrive di Gela.

Lo scorso 27 novembre si è svolto un convegno a Gela sul Prg e sull’urbanistica gelese, per cercare soluzioni ai mille problemi che ci attanagliano. Si è discusso di piano regolatore, dei suoi limiti e delle sue possibilità, si è parlato di progetti, quelli che si tengono nel cassetto come sogni pieni di speranza di vederli un giorno realizzati, ma prima di addentrarmi nelle specificità del Prg e di quei progetti ho voluto percorrere la storia dell’urbanistica gelese a partire dagli anni cinquanta quando il censimento del 1951 aveva messo in luce l'esistenza di una densità abitativa due volte e mezzo quella nazionale. Un dato che aveva indotto le pubbliche amministrazioni di allora a costruire il Villaggio Aldisio, le case popolari sul lungomare e il quartiere Ina-Casa di Capo Soprano. Grazie a questi interventi, al censimento del 1961 si registrava già una riduzione significativa dell'indice di affollamento. Ma l’afflusso consistente di immigrati richiamati in città dal costruendo petrolchimico portò in breve tempo la popolazione residente a sfiorare gli 80.000 abitanti con un incremento demografico prossimo all'80%.

Nel 1991 l'indice medio per vano scese, finalmente, sotto l’unità. Ottimo risultato quantitativo, ma pessimo per la qualità del costruito. Nel momento di massima espansione demografica ci fu l'inerzia della pubblica Amministrazione e l’Eni non fece la sua parte come avrebbe dovuto e quando decise di agire lo fece in modo parziale e insufficiente.

Fu l'epoca del blocco delle licenze edilizie e la proprietà fondiaria lasciata libera di vendere a prezzi altissimi aree agricole come fossero edificabili. Gli Uffici comunali furono inondati da una quantità enorme di pratiche edilizie, ma pochissime furono evase in assenza di criteri istruttori e urbanistici. I fondi Gescal stanziati avrebbero consentito di costruire alloggi a basso costo per 9.000 persone, ma non furono mai spesi e la tensione abitativa si mantenne altissima.

Aggravò la situazione la “moratoria” alla Legge-ponte del 1967 che unita all'inarrestabile crescita demografica fece riversare negli uffici tecnici comunali una nuova ondata di progetti determinando la paralisi completa nella gestione delle pratiche edilizie.

Grandissima parte delle richieste di condono edilizio derivano da questo pozzo di San Patrizio, dove infinite Carte attendono ancora oggi un parere tecnico-amministrativo. Per questo le famose 17 mila domande di condono edilizio non fanno giustizia alla verità.

La lunga attesa per le autorizzazione edilizie si rivelò vana, il primo iniziò a costruire, poi venne il secondo, poi il terzo. Non ci fu alcuna reazione dalla pubblica Amministrazione. Gli argini si ruppero e il costruire senza regole divenne norma. E' interessante rilevare, però, che ancora per molto tempo si continuò a protocollare i progetti prima di costruire, ma senza più attendere una risposta che si sapeva non sarebbe mai arrivata. Per queste ragioni il condono non avrebbero dovuto chiederlo i cittadini, ma le pubbliche Amministrazioni e la stessa Eni per le omissioni dai rispettivi obblighi.

Un ricorso in tribunale o davanti al Tar di tutti i cittadini danneggiati per tali inadempienze, ancora oggi possibile, salvaguarderebbe più di mille campagne pubblicitarie il buon nome della città e dei suoi abitanti, ed eviterebbe, se accolto, ulteriori costi per i cittadini oltre a precostituire solidi antidoti al consolidarsi della “cultura dell’abuso”. Un processo amministrativo con questi contenuti assumerebbe connotati urbanistici e civilistici d'assoluto interesse anche per altre realtà italiane e questa città non sarebbe additata come un luogo i cui abitanti sarebbero refrattari alle leggi e insensibili al decoro e alla bellezza.

Con l’esaurirsi della spinta demografica, il fenomeno dell’abusivismo/spontaneismo edilizio progressivamente rientrò all’interno di una soglia, per così dire, “fisiologica”, ma in corrispondenza dell'adozione/approvazione del Prg, l'abusivismo, questa volta, forse, quello vero, ha ripreso vigore. Perchè forse? Perché in questa fase sono in atto due forme di abusivismo, una, figlia dell'abitudine a costruire in assenza di regole. L'altra di considerare il Prg fonte di ingiustizie a causa di scelte che premiano aree destinate all'edificazione e ne svantaggiano altre destinate a servizi assoggettandole ad esproprio. Ma l'abusivismo può essere combattuto a condizione di saper mettere in campo azioni combinate e convergenti, attuando l'equità di trattamento tra i cittadini attraverso meccanismi di perequazione, compensazione e incentivazione, sotto la vigenza di regole certe (Prg e Nta) e all'interno di un processo trasparente di pianificazione urbana. Ma non basta, occorre anche: – chiudere le vecchie pratiche di condono premiando i progetti con antico protocollo mai evasi per responsabilità della pubblica amministrazione (in questa ipotesi potrebbe rendersi necessaria una legge regionale specifica per Gela);

– tempestività degli interventi di repressione (considerando le difficoltà insite nella normativa vigente sulle procedure di demolizione degli abusi);

– istituire un Ufficio Controllo del Territorio costituito da Vigili urbani. e Tecnici, appositamente addestrati;

– concordare specifiche forme di collaborazione con le forze dell'ordine e con la Magistratura per le azioni conseguenti;

– connettere le procedure delle pratiche edilizie con sistemi di controllo territoriale tramite satellite.


Autore : Francesco Salinitro

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