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notizia del 22/08/2009 messa in rete alle 12:52:57

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Quartiere Macchitella, genesi pregiudizi e luoghi comuni
Il clima di attese e di speranze che l’arrivo dell’ENI generò in città coinvolse quasi tutti gli strati della popolazione locale: “da qualche anno tutte le ragioni per cui Gela era nota tra gli uomini sono state rivoluzionate da nuovi validissimi motivi, sopraggiunti ad aprire per questa popolosa città di Sicilia orizzonti insospettati di rinnovata prosperità”. Lo scriveva Pietro Griffo nel 1963 sintesi di un’euforia e di una sbornia collettiva di cui si avvertono ancora i segni e la dipendenza. La città fu interessata da un eccezionale flusso immigratorio in presenza di una contestuale emigrazione gelese che continuò incessante e indifferente al “miracolo”. Crebbe a dismisura il fabbisogno di nuove abitazioni ed Enrico Mattei fece progettare tre nuovi agglomerati urbani per una capacità insediativa di circa 12.000 abitanti. I siti preselti furono quelli di Macchitella, di Montelungo e di Marchitello. Quest’ultimo come Centro servizi a prevalente destinazione sportiva.
Il progettista della nuova città residenziale immaginò un nuovo quartiere avulso dalla città “vecchia”. I riferimenti morfologici e architettonici li avrebbe attinti dalla raffineria da lui considerata più significativa della città esistente. Il progettista in questione era Edoardo Gellner, definito architetto del paesaggio per via del Villaggio ENI a Corte di Cadore concepito nel pieno rispetto del paesaggio alpino. Ne parla Ludovico Quaroni in un articolo pubblicato su “Urbanistica” n. 35 del 1962. Quaroni racconta di Mattei che era solito dialogare con Gellner nella “squallida spiaggia di Gela”, testo illuminante della natura del rapporto ENI-Territorio e della subalternità della cultura (locale e nazionale) al colosso della chimica. Si tratta di un atteggiamento ancora presente in gran parte della politica locale e in una parte, sempre più minoritaria per i guasti sull’ambiente e sulla salute, dell’opinione pubblica gelese.
Nessuna ragione, ne divulgativa, ne scientifica giustificava l’uso dell’appellativo “squallido” per un sito tutt'altro che spoglio e desolato, in un momento in cui l’ambiente e la natura erano ancora integri e incontaminati e la spiaggia ricca della preziosa macchia mediterranea.
La rivista “Architettura” n. 123 del 1966, riporta un servizio sul Centro Residenziale Anic di Macchitella firmato da Elvira Santini. La giornalista riferisce che “il programma è rivolto a creare spazi ed edifici atti a favorire un disegno generale di collaborazione alla integrazione sociale dei due gruppi di residenti: quello di origine settentrionale, dalla cultura aggiornata e ragionata, con una preferenza intellettuale e psicologica per la “propria” civiltà, che tende a riportare in tutti i campi gli scarti della propria superiorità nel campo tecnico; e quello locale, affabile, ospitale, con capacità tese ad adattarsi ad una situazione nuova e di rottura, ma la cui cultura si è formata ammazzando il tempo (!) nei frequenti incontri in piazza e la cui nozionalità è costruita sul “sentito dire”.
Un testo colmo di luoghi comuni e inesattezze, quasi un leghismo ante litteram. Quando lessi quell’articolo pensai ai tanti uomini in piazza dopo una giornata di lavoro, ai tanti gruppi dialoganti che si scioglievano e si ricomponevano accomunati dalla ricerca ossessiva e speranzosa di un lavoro per il giorno dopo nell’unico luogo, la piazza (nel senso più nobile e antico del termine), in grado di offrirlo. Pensai al grande spazio davanti al sagrato non per “ammazzare il tempo”, ma per “fare quegli uomini” che l’indomani avrebbero ridato sudore e fatica per il sostentamento delle proprie famiglie. Collegai quei pensieri alla giornalista senza conoscenza dispensatrice di giudizi e senza sapere che dei futuri residenti del nuovo quartiere, nessun gelese ne avrebbe fatto parte. I luoghi comuni uccidono ed è difficile estirparli, ma i gelesi, i siciliani, hanno consentito che tali luoghi comuni si consolidassero sino a diventare macigni che obliano la verità e con la verità violata s’impedisce riscatto e sviluppo. Persino ora, dopo quarant’anni, si ripropongono gli stessi pregiudizi, lo fa l’Amministratore Delegato della Raffineria di Gela, ing. Giuseppe Ricci in un’intervista del 2008 su Vision. Afferma l’ingegnere: “dei siciliani apprezzo la fantasia, la capacità d’improvvisazione, l’ospitalità, la passionalità e lo spirito di adattamento che permettono di compensare altri aspetti meno positivi come la difficoltà di organizzazione, di programmazione a lungo termine, il disordine e talvolta la difficoltà di adeguarsi alle regole. Come piemontese e quindi per natura (!) più dotato di queste ultime caratteristiche, ma molto carente delle prime mi sforzo di acquisire un po’ di sicilianità”.
L’ing. Ricci oltre a suscitare tenerezza e ilarità per le sue doti “naturali”, dimentica che la sua raffineria è campione in “difficoltà di adeguarsi alle regole” come dimostrano i disastri ambientali e alla salute dei cittadini, come dimostra la modifica normativa sull’uso del pet-cocke al solo scopo di consentirgli di rientrare nelle regole, come dimostra il braccio di ferro tutt’ora in corso con il Ministero dell’ambiente sulla profondità della barriera bentonitica e così via elencando. Ho inviato una lunga lettera all’ingegnere a proposito di quell’intervista, ma è rimasta senza risposta.
Incomprensibile e sorprendente anche il già citato articolo di Quaroni privo di rilievi all’approccio progettuale di Gellner, professionista ora celebrato con studi e convegni a lui dedicati. L’origine dei guasti gelesi sono da ricercare, anche, nella cultura del modernismo stupido allora imperante che individuava nell’industria e addirittura nella sua morfologia i riferimenti urbani più importanti con conseguenze devastanti per lo sviluppo urbanistico successivo, comprensibile in un uomo come Mattei teso alla produzione e agli affari, ma è stupefacente che il medesimo atteggiamento lo abbiano assunto architetti come Edoardo Gellner e, soprattutto, come Ludovico Quaroni, uno dei maestri dell’architettura italiana. Sembra che il rigore scientifico vada in vacanza quando si giunge ad operare nel meridione d’Italia o in Sicilia. Il fatto è che Gela accettò supinamente decisioni che appartennero a due uomini, Mattei e Gellner che ritennero di poter trasformare un’immensa parte del territorio gelese senza coinvolgere la Pubblica Amministrazione e i cittadini, ritenendo, evidentemente a ragione, che per qualunque decisione nessuno avrebbe osato eccepire. Riprendo ancora l’articolo di Quaroni, non per infierire ancora sull’autore, ma perché ci consente meglio di altri d’immergerci nello spirito dell’epoca.
“…c’è sempre, fra tutti i componenti le varie commissioni, i consigli di gestione e di amministrazione, i gruppi familiari, qualcuno che più degli altri ha diritto al riconoscimento della qualifica di committente, qualcuno che più direttamente ha partecipato alla creazione dell’opera. E’ questo che insieme all’architetto costituisce la sostanza del potere di decisione che permette – o non permette – la realizzazione di un’opera valida, di un’opera d’arte o di uno dei tanti guai che mettono insieme l’ambiente nel quale viviamo“.
Si dilunga oltre Quaroni a descrivere i rapporti del Committente illuminato con le diverse collaborazioni professionali e interne alla stessa azienda, ma non appare mai, nel processo da lui immaginato, il ruolo della Pubblica Amministrazione. E pensare che Le Corbusier era convinto che il destino delle città si decide nei Municipi.
E così il destino di questa città fu compiuto con le colpevoli non decisioni del Municipio gelese e con le distaccate scelte di Gellner e Mattei “programmando fasce di rispetto attorno alla nuova città, per garantire l’isolamento del complesso da eventuali iniziative private non passibili d’iniziativa rigorosa”.
Eppure era disponibile lo studio del prof. Braga sulla realtà economica e sociale di Gela. Il professore raccomandava di creare agglomerati urbani in grado d’integrarsi e di confondersi con la città esistente, ma anche a questo proposito Quaroni giustifica Gellner, “il Piano Generale era stato già fatto e non fu possibile valutare con sufficiente generosità lo sviluppo che le cose avrebbero avuto; ne era possibile, al momento della progettazione della nuova città residenziale, utilizzare i dati raccolti dallo studio del prof. Braga. Le cose camminano tanto in fretta che appare ogni giorno più difficile tener loro dietro”.
E’ l’ammissione dello scarso rigore scientifico del lavoro di Gellner, risolto estraniandosi dalla realtà locale “amorfa e priva di rigore” che si espandeva “troppo in fretta” e con la quale aveva scelto di “non dialogare”.
L’assassinio di Mattei segnò la fine di molti progetti dell’ENI, tra questi anche della nuova città residenziale a Gela che fu ridotta ad uno solo dei tre agglomerati, quello di Macchitella, per una capienza di quattromila abitanti. Furono scaricati sulla Pubblica amministrazione problemi sociali, economici e urbanistici di portata enorme. Sorsero spontaneamente quartieri privi di servizi, con una viabilità priva di fondo stradale punteggiata di fetidi acquitrini.
Per la redazione del progetto dell’unico quartiere rimasto nei programmi, la nuova dirigenza ENI incaricò lo Studio di Marcello Nizzoli e G. Mario Oliveri di Milano che aveva eseguito per l’ENI altri interventi nell’area di San Donato Milanese. Lo studio eseguì l’incarico in collaborazione con V. Bozzoli, G. De Pas, R. D'Urbino accantonando i progetti di Gellner. Il quartiere rispecchia quelli tipici della periferia milanese, ma dotato di maggiori servizi. Il progetto fu sviluppato negli studi milanesi e fatto “atterrare” senza significative mediazioni sul territorio siciliano. Rappresenta comunque, pur distaccato e lontano dal tumulto evolutivo della città pulsante, una buona realizzazione nella logica del vecchio Villaggio Aldisio anch’esso dotato di scuole, chiesa, centro di aggregazione giovanile, verde privato e verde di quartiere.
Il quartiere Macchitella si presenta ordinato e decoroso grazie ad un’ottimo impianto urbano e una dotazione di servizi sconosciuta alla parte di città che si è sviluppata dai primi anni sessanta. Un ruolo importante lo svolge l’unità del progetto e l’assenza di grandi balconate. L’eccessiva presenza di balconi in posizione casuale e l’assenza di colore nelle facciate cittadine sono il fattore principale di bruttezza degli edifici costruiti in S. Ippolito, Margi e Settefarine.
L’origine “milanese” del quartiere, fa però emergere il bisogno per uno sfogo esterno attraverso aperture di accesso a quei balconi che sono l’emblema della negatività di Gela città. Potrebbe essere individuato, a questo scopo, un percorso che passi obbligatoriamente attraverso un concorso d’idee sul modo d’inserire in quei prospetti pochi e piccoli balconi all’interno di regole rigorose, ma nel contempo, rispettose dell’impianto originario, contemplando il rispetto dei colori di facciata originari prima che arlecchino prenda il sopravvento.
Autore : Francesco Salinitro
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